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L'ingresso dell'antica ghiacciaia di Marengo di Marmirolo

Sabato 20, domenica 21, sabato 27 e domenica 28 giugno 2026. 

  

Mostra fotografica "Marmiröl a culur sfacià" di LORIS FRANZINI.

 

La mostra fotografica “Marmiröl a culur sfacià” propone uno sguardo insolito sul territorio, dove la realtà si accende di tonalità intense, vivaci e volutamente esasperate.

Paesaggi, scorci e dettagli quotidiani si trasformano così in immagini dal forte impatto visivo, sospese tra iperrealismo e suggestione surreale.

Un viaggio fotografico che reinterpreta Marmirolo attraverso colori audaci, capaci di sorprendere e reinventare l’ordinario.

 

LORIS FRANZINI biografia:

E' l'anima ed il Presidente del Gruppo Fotografico La Ghiacciaia.

Fotografo appassionato da decenni.

Profondo conoscitore del panorama fotografico internazionale.

 

 

INAUGURAZIONE

Sabato 20 giugno 2026 alle ore 10.30.

 

DOVE

Presso Torre Civica di Marmirolo.

A fianco del Municipio in Piazza Roma a Marmirolo.

 

DATE E ORARI

Date:

- sabato 20 e domenica 21 giugno;

- sabato 27 e domenica 28 giugno.

Orari di apertura:

- mattina dalle ore 10.00 alle ore 12.00;

- pomeriggio dalle ore 16.00 alle ore 19.00.

 

NOTA

Ingresso libero e gratuito.

 

NOTE DELL'AUTORE


"Per questa mostra: “Marmiröl a culur sfacià” presento ventotto immagini del  mio paese, angoli che esistevano sin dalla mia nascita, luoghi noti a tutti che hanno visto passare alcune generazioni.

Non si tratta di foto d'epoca, bensì foto scattate di recente proprio per evidenziare cos'è cambiato nel corso di settant'anni, tralasciando per scelta, tutta quella parte del paese costruita successivamente dagli anni cinquanta in poi.

Ho inserito alcuni luoghi del paese non più “in attività” ma ancora ben presenti nella memoria dei marmirolesi come “al cantùn dla Pepina” ed altri tipo “la trumba in Burgu” ormai nascosta alla vista ma viva  nel ricordo di coloro che in quella contrada andavano a pompare l'acqua potabile quando le abitazioni non erano ancora servite dalla rete idrica.

Ho cercato di dare risalto all'architettura di Marmirolo o meglio la “non architettura”. Cosa evidente  per chi osserva quel modo di costruire asimmetrico che si è protratto anche in tempi abbastanza recenti.  Consideriamo che un vero e proprio piano regolatore è stato approvato solo nel 1986.

Nella fase di scatto l'inquadratura è quella mia abituale, frutto di una  passione coltivata in cinquant'anni di attività fotografica amatoriale. Convincente o meno quella è!

Come tonalità invece ho scelto una colorazione per me inedita. Le immagini sono a colori alterati ed anche violenti comunque non corrispondenti alla realtà. Questo per due motivi:
- il primo, trovo il cromatismo paesaggistico di Marmirolo molto spento. In questi casi  i fotografi risolvono  il problema ricorrendo al bianco e nero, ma questo lo ha già fatto il maestro Gino Filippini nei suoi quarant'anni di attività dove ha presentato il  paese  in tutti i suoi  aspetti;
- l'altro motivo è perchè il colore spento dell'urbanistica locale tradisce il carattere dei marmirolesi tutt'altro che spento; anzi vivace e carico di inventiva ed ingegno. Inutile dilungarmi in  spiegazioni che conosciamo benissimo. Preferisco lasciare ai colori il compito di dare la sensazione per quello che intendo dire.

Durante questa operazione mi ha accompagnato un antico detto sui marmirolesi : ”a Marmirol, s'an i è mat n'igh i a vol.”.  Quel “matti” preferisco interpretarlo, non certo come psicolabili bensì con  spiccata fantasia, creatività ed anche una buona dose di coraggio oltre alla predisposizione al rischio. Cose ampiamente dimostrate dai marmirolesi in molti campi, magari non in modo omogeneo ma sempre con risultati concreti.

Questo modo di fotografare a colori inventati non è cosa nuova. Fin dall'alba della fotografia si interveniva  sul bianco e nero con colori ad acqua sicuramente incoerenti rispetto alla colorazione reale. L'Italia può vantare un fotografo come Felice Beato che ha lasciato un segno importante nella fotografia mondiale. Nel 1851 durante il suo soggiorno in Giappone ha realizzato una serie di  fotografie da lui stesso colorate; pur rispettando la delicatezza del cromatismo nipponico la scelta delle tinte erano a sua discrezione.

Senza andare così lontano anche Gino Filippini nel dopo guerra interveniva sulle sue foto in bianco e nero con colori all'anelina applicando tinte morbide  a sua immagine e somiglianza.

Per queste mie foto i colori che ho scelto non sono affatto delicati; ”ma propia sfacià”. Ho mostrato il lavoro ad alcuni colleghi, qualcuno ha trovato analogie con le opere di Andy Warhol. E' vero che il grande della Pop Art americana creò uno stile inconfondibile, applicando colori forti ha trasformato le immagini utilizzando contemporaneamente: serigrafia, fotografia e pittura.

Nel mio caso, per i paragoni preferisco volare basso. Per quanto riguarda espressamente la maniera di colorare queste foto  potremmo iscriverla nel dadaismo, quel movimento nato nel 1916 che si fondava anche su dei valori artistici che non erano affatto valori come: l'ingenuità, la casualità, l'errore ecc... Un fotografo dadaista mondiale, come Man Ray grazie a due errori in camera oscura inventò: le rayografie e le solarizzazioni. Ma nello stesso tempo possiamo anche ribaltare il concetto con un'affermazione azzardata e molto terra terra e dire che il dadaismo ha permesso anche ai “buoni a nulla” di rientrare nel mondo dell'arte.

Effettivamente io non ottengo questi colori grazie ad una  padronanza di photoshop, tutt'altro, photoshop non lo so proprio fare. Mi limito a muovere il programma dei colori e quando l'immagine mi convince mi fermo e dico: ok buona questa... Più casuale di così!?!?

Ovviamente c'è un motivo se mi fermo su un colore anziché un altro, ma questo dovrei spiegarlo di fronte ad ogni singola immagine.

La scelta di titolare le foto in dialetto marmirolese, invece è voluta e ragionata. Angoli e contrade, non sempre conosciuti con nomi anagrafici lo sono magari perchè tramandati dal gergo locale forse perchè legati ad un fatto o una persona. Per esempio,  se diciamo: “la cürva d'Fiùr” probabilmente anche le generazioni recenti sanno dove si trova ma il motivo che sta' dietro quel nome andrebbe spiegato. Ed è proprio il mio intento.

Molto spesso è proprio la schiettezza dei detti popolari pronunciati in modo genuino ad esplicitare fatti e luoghi che richiederebbero lunghi discorsi. Secondo me sono proprio le definizioni tipiche marmirolesi che li hanno tramandati fino ai giorni nostri in modo chiaro.

Sono ricorso al dialetto marmirolese, però quello che si parlava in “Burgu” dove sono nato.

Secondo il compianto Livio Galafassi in altre contrade tipo: via Lama o la Corte Gatti l'accento cadeva in modo diverso e certe vocali si pronunciavano in modo più o meno chiuso. Ovviamente per verificare queste diversità dialettali occorre ascoltare i marmirolesi “doc” oggi ottantenni.
Pur conoscendo il dialetto di Borgo, anch'io ho verificato di volta in volta la pronuncia intervistando come in un Amarcord i borghigiani rimasti.

Per concludere, se presento questo lavoro a “culùr sfacià” mi devo anche aspettare reazioni di vario tipo. Com'è già accaduto quando ho mostrato le foto in anteprima agli amici. Il ventaglio degli apprezzamenti andava da: ooh che bèi culùr! Fino a : ooh che schìf i m'fà vegner de butàr su!


Ma come diceva Picasso: “Guai se un'opera ricevesse solo applausi. Deve ricevere anche critiche ed insulti. Deve pur disturbare qualche coscienza altrimenti non lascerebbe nessun  segno.
A questo proposito va ricordato; nel 1965,  quando le fotografie di Diane Arbus vennero esposte  al MoMA di New York per la prima volta, gli inservienti la sera prima di chiudere dovevano pulire le immagine dagli sputi lasciati dai visitatori.

Morale della “fòla”, metterò le mie foto sotto vetro. 

Per il resto rimango in attesa di altre impressioni."

            Branzo (Loris Franzini)
                                                                                                                                       
 

La locandina