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Vista l’eccezionale esperienza vissuta da Mauro Manuini e Massimiliano Boschini, scambiamo qualche battuta con quest’ultimo, in relazione alla loro presenza in seno alla IX Biennale di Cuenca. Loris: Come site finiti a migliaia di chilometri da casa, ospiti di una delle biennali più importanti del Sud America? Massimiliano: E’ una storia lunga, che inizia nel 2000, l’anno in cui cominciammo a scattare le prime foto grazie ad uno dei corsi organizzati dal Gruppo Fotografico La Ghiacciaia. Pochi avrebbero scommesso un soldo bucato su di noi; ricordo anche che ci fu chi ci disse che non ci “calcolava nemmeno”, ma evidentemente qualcosa di buono lo dovevamo portare, dentro di noi, se poi sempre più gente e sempre più istituzioni ci hanno dato fiducia, concedendoci di esporre ormai in ogni angolo del globo (Hong Kong, Stati Uniti, Inghilterra, Romania, Portogallo, Bangladesh, Ecuador). Credo che l’Ecuador sia solo una delle tante tappe che ancora ci aspettano, anche se sicuramente resta quella più bella perché vissuta in maniera incredibile. Di certo quando comprai la prima Canon mai avrei immaginato che grazie ad essa avrei vissuto tante esperienze così gratificanti. Sono concorde con chi definisce la nostra fotografia “non facile”, ma di sicuro non è banale o stereotipata come tante delle cose che vedo in giro. L: Perché parli in maniera così entusiasta di questo progetto sviluppato in Ecuador? M: Non ci era mai capitata un’esperienza di questo livello, ci siamo trovati benissimo sia da un punto di vista umano che professionale. Gli ecuadoriani hanno un fascino incredibile, leggi sui loro volti migliaia di anni di storia e sono il frutto del connubio tra genti diversissime tra loro, come gli spagnoli e gli andini. Caratterialmente sono molto affabili e una volta rotto il ghiaccio non si fanno poi tanti problemi. Lavorare con loro non è stato difficile; ci hanno trattato in maniera estremamente professionale, mettendoci a disposizione un’auto, una guida, un traduttore, una laboratorio fotografico e un intero museo. Credo che non avremmo potuto chiedere di meglio. L: Perché il vostro progetto è stato definito dai più come scioccante e molto duro? M: L’Ecuador è un paese molto contraddittorio, come tutti quelli del Sud America. Accanto a certe situazioni d’eccellenza ci siamo imbattuti in povertà e miseria; non avrebbe senso altrimenti emigrare verso altri lidi. La biennale, a mio avviso in maniera limpida e senza tanti giri di parole, ci ha chiesto di sviluppare con occhi europei il concetto dell’emigrazione e dei tanti problemi correlati. Non ci siamo tirati indietro e abbiamo fatto del nostro meglio per arrivare a cogliere il senso della cosa, fotografando anche situazioni molto particolari come il lavoro minorile, i malati, i mendicanti, gli alcolisti (la piaga dell’alcol è una delle più sentite in Ecuador), lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali ed umane, la vita rurale sulle Ande e il caos delle città. Il complimento più gradito è giunto da chi ha ammesso che, pur avendo questa situazione a pochi passi da casa, non si era mai accorto di quanto la faccenda fosse “complicata”. Ti sarai reso conto di quante volte, in seno a questa intervista, abbia utilizzato l’aggettivo incredibile, ma veramente in alcuni casi abbiamo vissuto situazioni incredibili. Sto valutando in maniera diversa i libri di reportage che ho sulla mia libreria, ora li guardo con occhi diversi, consapevole degli enormi sforzi necessari alla loro realizzazione. L: Con che approccio vi siete avvicinati ad un tema difficile come l’emigrazione? M: Ti assicuro che eravamo molto preoccupati, soprattutto per il timore di non cogliere a pieno il senso del progetto assegnatoci dalla biennale. La nostra fotografia è molto legata al mantovano, a Marmirolo e alla gente che vi abita, per cui abbiamo dovuto riconsiderare un po’ tutto il nostro modus operandi. Col senno di poi, ti dirò che a toglierci d’impaccio è stato il lavoro, visto che già dopo poche ore dal nostro arrivo abbiamo cominciato a scattare, scattare, scattare… Prima di ritornare in Italia, il presidente della Biennale, il Professor René Cardoso Segarra, ci ha fatto i complimenti non solo per le fotografie ma anche per l’umanità che avevamo dimostrato e per l’approccio con cui ci eravamo relazionati con l’organizzazione, gli altri artisti, la popolazione locale. Credo non potesse farci un complimento migliore. da La Piazza di Marmirolo (maggio 2007)
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